Ode a novembre
La faccia che aveva novembre ieri era lo specchio della mia gioia. Il cielo basso, la nebbia che si alza ad incontrarlo, il fuoco vivo dell’autunno contrapposto al colore morto della pioggia. La macchina coperta di foglie stellate, le gocce microscopiche sul parabrezza.
Amo, amo novembre perchè, nonostante sia stata mille persone diverse in questi anni, lui mi somiglia sempre. Mi somiglia oggi, col sole che scotta stemperato dal vento. Mi somiglia quando fa disperare l’intera pianura padana con la sua penombra. Mi somiglia perchè breve, intenso, un periodo di transizione che fatica a lasciarsi dietro l’autunno, ma già profuma d’inverno.
Novembre può essere qualsiasi cosa, ma sceglie di non essere niente. Non è zucche, non è panettoni, tardi per le castagne e i funghi, presto per i datteri (che nella mia tradizione personale si prendono rigorosamente al padiglione dell’Iran in fiera dell’artigianato). Non è l’ottobre dei compleanni, non è il dicembre delle festività. Novembre puzza di crisantemi, di legna bruciata, di inquinamento luminoso (dannato luna park), di fanali nel buio precoce, di malavoglia, di coperte strette sotto il mento.
Il mio animo, in questi anni, si è fatto un po’ meno innamorato del tragico. Un filo meno autocommiserativo, più dinamico, più spiccio di fronte alle mie ansie e ai miei limiti. Accuso molto questa cosa, perchè il mio corpo tende sempre all’immobilità e alla solitudine e al silenzio. Sono stanca spesso. I momenti in cui posso star sola a fumare - seduta nel chiostro quattrocentesco della biblioteca o in piedi sul balcone gelido di nonna, mentre dentro alle mura si parlano e scivolano le persone - mi aiutano a riposare. Una giornata cupa di novembre mi fa quell’effetto lì: di pace, di compagnia poco ingombrante, di respiro guadagnato. Un’immersione fino al naso in una vasca davvero calda.
Sto leggendo un libro che non mi è piaciuto fino a pagina 170. Non so se sia perchè l’autrice è ancora viva e mi puzza troppo di moderno. Una certa compulsione, però, mi ha obbligato a continuare a leggere - forse la stessa che mi fa mangiare mandarini fino alla nausea perchè ne abbiamo comprati un chilo e non voglio buttarli.
Sono mini-racconti di Morishita Noriko in cui parla dei suoi piatti preferiti. Roba davvero mediocre, di riflessioni piatte, di ricordi banali. È curioso, però, l’accostamento di queste due parole. I ricordi non sono mai banali, altrimenti non li ricorderemmo. Qualcosa significano - per qualcuno, almeno.
(Io ho un rapporto a dir poco complicato con la memoria. Vorrei accusare i miei anni di alcolismo per questo, ma la realtà è che non è mai stata forte abbastanza da fissare le cose importanti. Anche per questo mi sono messa a scrivere già da molto piccola).
Non è un caso che questo libro mi sia diventato un filo più interessante nel momento in cui ha iniziato ad assomigliare a novembre. Non tanto per i tipi di piatti che si è messa a descrivere, ma proprio come tono della narrazione. Denso e da scavare con le dita, come un caco maturo.
Così come non è un caso che, spesso, in ciò di cui parlo, c’è la ricerca del calore e del comfort quando tutto intorno è freddo. La contrapposizione sgargiante di ciò che resiste alla decadenza e la bellezza della decadenza stessa.
L’altro giorno raccontavo ad Anice che la mia giornata era cominciata con la visione mistica di un vecchio in piedi all’angolo della strada, dopo il sottopassaggio, che fumava una sizza e si aggiustava la cannula dell’ossigeno al naso. Quell’uomo assomigliava a gennaio, ma l’ossigeno e la sizza mi hanno fatto lo stesso effetto del foliage contrapposto al cielo uggioso. Questo episodio si potrebbe cacciare nel cassetto dei ricordi banali, che esistono solo per essere raccontati in un mezzo secondo, sentirsi dire “minchia, frate, incredibile”; finita lì. Però intanto lo ricordo, e non so ancora per quanto lo farò.
È passato davvero tanto dall’ultima volta che ho scritto qualcosa, e si vede. Le mie mani funzionano alla perfezione, ma mi sento un’artrite spirituale spaventosa. Sarà che è da troppo che non leggo un bel libro. Vado avanti a fumetti e serie che ho già visto. Negli ultimi giorni mi sono raccontata vecchia, e Anice mi ha guardato storto per questo. Non credo che abbia accettato il fatto che, per me, dirmi vecchia è un buon traguardo. Che nonostante la difficoltà a digerire, non c’è più traccia dell’irrequietezza che mi lasciava un tremore nelle ossa.
L’ho già detto, devo ancora capire chi sono senza quella parte di me che prima era così ingombrante, al timone di ogni mia fibra.
Sono abbastanza certa che novembre mi aiuterà, in questo. Mi basterà osservarlo a lungo e poi, ecco, scorgermi.
A.
